Un frutto simbolo di un territorio, due visioni inconciliabili, una sentenza che prova a fare chiarezza. Attorno al bergamotto di Reggio Calabria si consuma da mesi una disputa che non riguarda soltanto la denominazione di origine, ma la rappresentanza stessa di una filiera che muove milioni e che da anni cerca di affermarsi nel mondo come eccellenza identitaria e commerciale.

Al centro del conflitto ci sono il Consorzio del Bergamotto, guidato dall’avvocato Ezio Pizzi, e il Comitato promotore dell’IGP, animato da Rosario Previtera. In mezzo, un Ministero dell’Agricoltura che, come ha stabilito pochi giorni fa il TAR del Lazio, è rimasto inadempiente di fronte all’istanza presentata dal Consorzio per l’ampliamento della DOP già esistente.

Ma il cuore di questa vicenda è tutto nelle parole di Pizzi, che in un’intervista esclusiva ad ilReggino.it ricostruisce decenni di lavoro, denuncia scorrettezze, espone dati e documenti, e lancia un avvertimento chiaro: il rischio è che il bergamotto «finisca in mani sbagliate. E che a perderci sia tutto il nostro territorio».

La lunga costruzione di un equilibrio

Non è un’idea personale né un’improvvisazione dell’ultima ora. Ezio Pizzi ci tiene a chiarirlo da subito: il progetto che guida da oltre un decennio, Unionberg, è frutto di un lavoro collettivo e strutturato. «Non è una mia volontà individuale. Non mi sono svegliato una mattina per decidere il prezzo del bergamotto. Dietro c’è un sistema, ci sono 527 produttori che conferiscono prodotto per oltre 1100 ettari certificati, con tanto di documentazione firmata e allegata».