Antonya Cooper, la donna inglese che nel 1981 somministrò al figlio malato terminale una dose letale di morfina per porre fine alle sue sofferenze, è morta lo scorso weekend nella sua casa di Abingdon. L’anziana era affetta da tumori a seno, pancreas e fegato e di recente aveva confessato di aver ucciso il figlio Hamish 43 anni fa nel tentativo di riuscire a far modificare la legge sul suicidio assistito.

In una dichiarazione alla BBC, la figlia della signora Cooper, Tabitha, ha affermato: «È morta in pace, senza dolore, a casa e circondata dalla sua amorevole famiglia. È finita esattamente come voleva lei. Ha vissuto la vita alle sue condizioni ed è morta alle sue condizioni».

Hamish era affetto da neuroblastoma al quarto stadio, un tumore raro e aggressivo che colpisce soprattutto i bambini. Dopo 16 mesi di terapie che non avevano sortito gli effetti sperati, Antonya Cooper ha affermato – in una recente intervista rilasciata alla BBC – di avergli somministrato una potente dose di morfina attraverso il catetere di Hickman, che “ha posto fine silenziosamente alla sua vita”.

Una madre coraggiosa

Antonya Cooper ha vissuto per anni con il peso della sua azione, un gesto compiuto per amore e disperazione. Nonostante la gravità del suo atto, la sua confessione ha sollevato importanti questioni etiche e legali. Molti si sono chiesti se fosse giusto perseguirla per un crimine commesso quasi mezzo secolo fa, soprattutto considerando le circostanze drammatiche e il suo stato di salute attuale.

Il dibattito sulla legge

La storia di Antonya Cooper ha riacceso il dibattito sulla legge sul suicidio assistito nel Regno Unito. Molte persone sostengono che la sua azione fosse un atto di compassione e che le leggi attuali non riflettano adeguatamente le situazioni di estrema sofferenza. I sostenitori del suicidio assistito ritengono che le persone debbano avere il diritto di scegliere una morte dignitosa quando affrontano malattie terminali e dolorose.

Le reazioni del pubblico

La confessione di Cooper ha suscitato una vasta gamma di reazioni nel pubblico. Alcuni la vedono come una madre coraggiosa che ha fatto ciò che riteneva migliore per il suo bambino, mentre altri credono che nessuno abbia il diritto di decidere sulla vita di un’altra persona, anche in situazioni di grande sofferenza. La complessità del caso ha messo in evidenza le profonde divisioni sulla questione del suicidio assistito.

Le parole di Tabitha Cooper

Tabitha Cooper, la figlia di Antonya, ha difeso con passione la madre, sottolineando che il suo gesto era dettato dall’amore e dal desiderio di alleviare le sofferenze del piccolo Hamish. «Mia madre ha sempre voluto il meglio per noi», ha dichiarato Tabitha. «Ha preso una decisione impossibile, una scelta che nessun genitore dovrebbe mai affrontare. Ma l’ha fatto per amore».

La riflessione della società

Il caso di Antonya Cooper invita la società a riflettere sulle proprie leggi e sulle questioni etiche legate alla fine della vita. Mentre alcuni invocano un cambiamento legislativo che consenta il suicidio assistito in casi di malattie terminali, altri temono che una tale mossa possa aprire la porta ad abusi e decisioni affrettate. La discussione è complessa e richiede un attento bilanciamento tra compassione e protezione dei più vulnerabili.

Un addio sereno

Alla fine, Antonya Cooper ha avuto il tipo di morte che desiderava per suo figlio: pacifica e circondata dall’amore della sua famiglia. La sua storia rimarrà un potente promemoria delle difficili scelte che affrontano coloro che si trovano a confrontarsi con malattie terminali e sofferenze insopportabili. La sua vita e la sua morte continuano a ispirare un dibattito importante e necessario sul diritto a una morte dignitosa.